Come l'Assessorato e due consiglieri comunali hanno abbracciato la storia di un'intera generazione di skater,
vincendo una scommessa sul futuro.
Da Lisbona a Finale Ligure,
un viaggio in skate per l'arte e la libertà.
El aquelarre
Quest'opera, intitolata "Il Sabba delle Streghe" (El aquelarre), è un dipinto di dimensioni ridotte (43 x 30 cm) creato da Francisco de Goya tra il 1797 e il 1798.
Fu commissionata da María Josefa Pimentel, la duchessa di Osuna, per abbellire il suo palazzo alla periferia di Madrid e fa parte di una serie di tele minori che rappresentano soggetti satanici. Il quadro raffigura un'assemblea notturna di streghe riunite intorno al demonio, che appare
con l'aspetto di un caprone imponente. Le partecipanti al rito maligno manifestano devozione alla bestia, offrendo in sacrificio dei neonati, presumibilmente sottratti ai centri abitati vicini. L'intento di Goya con questa rappresentazione non è quello di fomentare l'angoscia verso le forze oscure
o il soprannaturale. Al contrario, la scena è concepita per essere deliberatamente caricaturale e grottesca, includendo tutti gli stereotipi e i cliché propagati dalla Chiesa. La duchessa di Osuna utilizzò queste creazioni per esprimere una critica alla superstizione dilagante e alla credulità della società
spagnola del suo tempo, ribellandosi inoltre ai ruoli sociali predefiniti e alle consuetudini imposte dall'epoca. Il caprone domina il centro della composizione, fungendo da fulcro per l'intero raduno infernale. Questa figura maschile della capra è una delle incarnazioni classiche attribuite al diavolo. L'associazione
del demonio con la capra non si trova direttamente nei testi biblici, ma la Chiesa la legò a un'immagine di indocilità e disobbedienza, in netto contrasto con l'obbedienza delle pecore guidate dal pastore, come suggerito dal Vangelo di Matteo nella descrizione del Giudizio Universale: "separerà gli uni dagli altri,
come il pastore
separa le pecore dalle capre." Infine, è interessante notare che la stessa parola aquelarre (il sabba) ha origine nella lingua basca e significa letteralmente "prato del caprone".
Martirio di San Matteo
Il Martirio di San Matteo è un dipinto a olio su tela realizzato da Caravaggio, conservato nella Cappella Contarelli della chiesa di San Luigi dei Francesi a Roma. L’opera rappresenta il momento drammatico in cui il carnefice sta per colpire San Matteo, che è il fulcro della composizione.
La commissione dell’opera fu voluta dal cardinale Matteo Contarelli, il quale, intorno al 1590, lasciò nel suo testamento fondi e indicazioni precise per decorare una cappella dedicata al suo santo omonimo. Caravaggio scelse di rappresentare la scena come un evento teatrale, disponendo i personaggi su una piattaforma inclinata che accentua la tensione e il pathos del momento.
Al centro della scena giace San Matteo, appena colpito, mentre il carnefice seminudo blocca il suo braccio in un gesto violento che richiama la muscolatura e la posa dell’Adamo della Cappella Sistina di Michelangelo, conferendo all’immagine un forte richiamo simbolico e artistico.
Il vero protagonista del dipinto, però, è il sicario, illuminato da una luce intensa e quasi divina che suggerisce l’intervento salvifico di Dio nel dramma umano che si svolge. Sul lato destro, in alto, un putto dall’eleganza tardo manierista si sporge da una nube per consegnare a San Matteo la palma del martirio, simbolo della sua santità e del sacrificio.
Gli altri personaggi presenti rappresentano i fedeli che assistono all’evento, i loro gesti e posture comunicano al pubblico il grande shock e la drammaticità della scena. A sinistra, in fondo, si può scorgere un autoritratto di Caravaggio, inserito quasi come testimone diretto dell’accaduto.
Caravaggio, con questo dipinto, compie un’importante innovazione: trasferisce un episodio sacro nel contesto realistico e quotidiano, conferendo all’opera una vividezza e un’immediatezza che coinvolgono emotivamente lo spettatore, rendendo la storia sacra parte della realtà vissuta.
Davide e Golia
"Davide e Golia" è un dipinto realizzato da Caravaggio nel 1609, durante l’ultimo periodo della sua vita, segnato da fughe, condanne e una profonda inquietudine interiore. L’opera è conservata nella Galleria Borghese di Roma e si distingue per la sua intensità emotiva e per la lettura personale che l’artista sembra aver voluto imprimere alla scena biblica.
A differenza della versione precedente conservata a Vienna, qui il volto di Davide non esprime eroismo o trionfo. Il giovane appare serio, quasi compassionevole, mentre osserva la testa recisa del gigante Golia. Non c’è gioia nella sua espressione, ma piuttosto una riflessione profonda sul gesto appena compiuto. Questo atteggiamento suggerisce che Caravaggio volesse andare oltre la semplice rappresentazione della vittoria: il dipinto diventa una meditazione sul potere, sulla giustizia e sul rimorso.
All’interno della composizione si trovano diversi indizi che rimandano alla vita dell’artista. La spada impugnata da Davide reca incisa la scritta latina H-AS OS, che può essere interpretata come “l’umiltà uccide la superbia”. Questo motto, posto in modo discreto ma visibile, sembra voler comunicare un messaggio morale, forse rivolto a se stesso o a chi avrebbe osservato l’opera.
La scena è immersa nella tipica oscurità caravaggesca, dove la luce non è diffusa ma concentrata, direzionale, quasi teatrale. I due protagonisti emergono da un fondo buio, e solo una luce fioca rivela i tratti del volto di Golia, accentuando il dramma del momento. Il braccio sinistro di Davide è sollevato, tiene per i capelli la testa del gigante, esponendola come segno della vittoria. Ma anche qui il gesto non è esibito con arroganza: è un atto rituale, quasi obbligato, che non cancella la tensione emotiva del giovane.
Secondo interpretazioni già diffuse nel Seicento, il volto di Golia sarebbe un autoritratto di Caravaggio. Davide, invece, rappresenterebbe il pittore da giovane. Questa lettura trasforma il dipinto in una sorta di confessione visiva: il Caravaggio giovane guarda il Caravaggio adulto, segnato da una vita dissoluta e tormentata. La compassione che si legge nel volto di Davide diventa allora un sentimento rivolto verso se stesso, un giudizio silenzioso e doloroso.
È molto probabile che l’opera avesse anche una finalità concreta: ottenere la grazia papale. Caravaggio era stato condannato a morte nel 1606 per un omicidio avvenuto durante una rissa. Il dipinto fu spedito al cardinale Scipione Borghese, nipote di papa Paolo V, insieme alla richiesta di perdono. In questo contesto, il quadro assume il valore di una supplica, di un’offerta artistica in cambio della salvezza.
Dal punto di vista iconografico, Davide è il futuro re d’Israele, colui che sconfigge il gigante non solo con la forza, ma con l’intelligenza e il coraggio. Golia, invece, ha un’espressione spaventata, come se fosse sorpreso di essere stato vinto da un giovane. Caravaggio rappresenta questo stupore con grande realismo, sottolineando il contrasto tra la potenza fisica del gigante e la determinazione silenziosa del ragazzo.
le marchè d'esclaves
Nel 1866, Jean-Léon Gérôme dipinse Le Marché d'esclaves, un’opera che incarna la tensione tra bellezza e crudeltà, tra lussuria e ferocia. Ambientata in un mercato arabo, la scena mostra una donna nuda, ispezionata con freddezza da un uomo mascherato che le controlla i denti come si farebbe con un animale. Sullo sfondo, altri compratori esaminano un uomo nero, anch’egli nudo. La donna, rassegnata, accetta il suo destino come merce, priva di speranza. Il suo corpo è oggetto, possesso assoluto, simbolo di una civiltà che svende la carne umana con eleganza spietata.
Gérôme non si limita a rappresentare la schiavitù: la mette in scena come un rituale crudele, dove il dominio maschile si intreccia con l’estetica orientalista. Il pittore, come altri del suo tempo, utilizzava modelle reali, spesso trattate come strumenti per evocare erotismo e sottomissione. Il suo lavoro fu considerato scandaloso, ma proprio per questo gli valse grande successo: la sua capacità di unire tecnica impeccabile e contenuti provocatori lo rese celebre nella Parigi del XIX secolo.
Il dipinto richiama la lunga e spesso rimossa storia della tratta araba degli schiavi, che ha coinvolto milioni di africani e europei deportati verso il mondo islamico. A differenza della tratta atlantica, quella araba è meno presente nella memoria collettiva, nonostante la sua durata e brutalità. Gérôme, con la sua pittura, ci costringe a guardare in faccia questa realtà, anche se lo fa attraverso una lente estetizzante e ambigua.
Nel 2019, l’opera tornò sotto i riflettori in modo controverso: il partito tedesco di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) la utilizzò in una campagna elettorale per le elezioni europee, accompagnandola con lo slogan “Così che l’Europa non diventi Eurabia”. L’immagine della donna bianca circondata da uomini arabi fu strumentalizzata per veicolare un messaggio xenofobo e islamofobo. Il Clark Art Institute, proprietario dell’opera, condannò duramente l’uso del dipinto, definendolo una distorsione del suo significato. Anche Deutsche Welle denunciò l’appropriazione politica dell’opera, sottolineando la pericolosità di manipolare l’arte per fini ideologici.
Gérôme, con la sua pennellata lucida e il suo sguardo ambiguo, ci lascia un’opera che è al tempo stesso denuncia e complicità, bellezza e bassezza. Un quadro che continua a interrogare, scandalizzare e dividere, proprio perché ci costringe a guardare ciò che preferiremmo ignorare.
Prayer In The Mosque
Jean-Léon Gérôme, pittore francese noto per la sua attenzione al dettaglio e per l’interesse verso l’Oriente, dipinse questa scena dopo il suo viaggio in Egitto nel 1868. L’opera raffigura l’interno della moschea di ‘Amr al Cairo, costruita nel VII secolo, e mostra una fila di fedeli raccolti in preghiera, rivolti verso La Mecca. Tra loro si distinguono figure diverse: dal dignitario accompagnato dai suoi assistenti, fino a un uomo santo musulmano, vestito solo con un panno in vita. La varietà dei personaggi suggerisce una rappresentazione della spiritualità islamica in tutte le sue sfumature sociali.
Tuttavia, è improbabile che Gérôme abbia assistito personalmente a una preghiera in questa moschea, che già nel 1868 era caduta in disuso. Più verosimilmente, il dipinto è frutto di un composito di schizzi, appunti e fotografie raccolti durante i suoi viaggi. Gérôme era noto per il suo metodo di lavoro: osservava, documentava e poi ricomponeva le scene in studio, con grande precisione ma anche con una certa libertà interpretativa.
Il suo interesse per il Medio Oriente fu profondo e duraturo: oltre due terzi della sua produzione pittorica è dedicata a soggetti orientalisti. Non si trattava solo di curiosità esotica, ma di una vera e propria fascinazione per l’architettura, i rituali, i costumi e le atmosfere di quei luoghi. La moschea di ‘Amr, con le sue colonne e la sua luce filtrata, diventa così il teatro ideale per rappresentare il raccoglimento e la sacralità della preghiera musulmana.
L’opera non è solo una testimonianza visiva, ma anche un tentativo di tradurre in pittura un’esperienza culturale complessa. Gérôme non cerca di idealizzare né di criticare: osserva, seleziona e costruisce un’immagine che, pur non essendo documentaria in senso stretto, restituisce un senso di autenticità e rispetto. La scena è silenziosa, ordinata, immersa in una luce tenue che accentua il senso di spiritualità.
In questo dipinto, come in molti altri, Gérôme mostra la sua capacità di unire rigore formale e sensibilità etnografica. La moschea diventa uno spazio di contemplazione, e il gesto della preghiera si trasforma in un momento universale, capace di parlare anche a chi non condivide quella fede. È un esempio di come l’arte possa essere ponte tra culture, e di come il viaggio possa diventare visione..
Nu bleu II (Blue Nude II)
**Blue Nude II** di Henri Matisse è un’opera realizzata negli ultimi anni della carriera dell’artista, in cui emerge chiaramente il suo genio creativo e la capacità di innovare il linguaggio dell’arte. Il dipinto è realizzato con la tecnica del **cut-out** (ritaglio), sviluppata da Matisse proprio in questa fase della vita. La tecnica consiste nel dipingere fogli di carta con colori brillanti, ritagliarli con le forbici e incollarli su una superficie bianca, creando figure essenziali e potenti.
Il blu intenso, colore predominante nell’opera, ha un significato profondo: simboleggia tranquillità, serenità e spiritualità, ma porta con sé anche una forte carica emotiva. In **Blue Nude II**, il blu diventa uno strumento per esplorare il corpo umano in forma quasi astratta, conferendogli dinamismo, energia e vitalità.
La figura rappresentata è stilizzata e ridotta a forme essenziali, che dialogano con lo spazio circostante in modo armonioso e dinamico. Questa apparente semplicità nasconde un’attenta riflessione sulla forma, sullo spazio e sul colore, elementi centrali nella poetica di Matisse.
L’adozione dei ritagli nacque anche da una necessità pratica: negli ultimi anni, le condizioni fisiche di Matisse non gli permettevano più di dipingere in modo tradizionale. Tuttavia, questa limitazione divenne una fonte di innovazione, portandolo a unire disegno, pittura e scultura in una forma artistica completamente nuova.
Le Bonheur de vivre
La Gioia di vivere di Henri Matisse, dipinta nel 1906, è un’opera che propone un’idea alternativa di esistenza, basata su libertà, armonia e piacere. In fondo al quadro si vedono gruppi di figure umane che danzano, immerse in un paesaggio luminoso e aperto. Tra loro compare anche una figura mitologica: il dio Pan, che suona il flauto. Questo dettaglio richiama una dimensione primitiva e naturale, dove la musica, il corpo e la terra sono in equilibrio. Matisse suggerisce un ritorno a una vita libera, istintiva, non condizionata dalla modernità.
Il paesaggio è tipicamente mediterraneo: semplice, selvaggio, pieno di luce. Le figure sono rilassate, distese, immerse in un ambiente che non impone tensioni. I colori sono accesi, vibranti, spesso non realistici. Questo uso del colore, tipico del fauvismo, non vuole imitare la natura, ma evocare emozioni, sogni, visioni. Le forme sono fluide, leggere, e tutto nel quadro trasmette un senso di libertà e benessere.
Matisse immagina una civiltà pre-industriale, ingenua e armoniosa, dove la bellezza è ovunque e la vita è vissuta senza preoccupazioni. Il piacere dei sensi, il contatto con la natura, la danza e la musica diventano elementi centrali. Non c’è conflitto, non c’è turbamento: solo la gioia di essere vivi.
Questa visione nasce in un momento storico in cui molti artisti erano attraversati da inquietudini profonde. Il clima culturale era segnato da pessimismo, crisi esistenziali e tensioni sociali. Matisse reagisce a tutto questo con un’opera che va in direzione opposta. La Gioia di vivere non è evasione, ma una scelta consapevole: rappresentare la felicità come possibilità reale.
Il quadro mostra la straordinaria capacità di Matisse di tradurre la sua ricerca personale di serenità in immagini. Non si tratta solo di dipingere figure felici, ma di costruire un mondo dove la felicità è il centro. Le figure danzanti, i corpi distesi, i colori intensi e le forme aperte sono tutti strumenti per comunicare un messaggio chiaro: vivere può essere un atto semplice, libero, armonioso.
La Gioia di vivere è quindi un inno alla bellezza, alla pace e alla libertà. È una visione del mondo che rifiuta il dolore come unica chiave di lettura, e propone invece un modo diverso di vedere le cose. Matisse non cerca di rappresentare la realtà com’è, ma come potrebbe essere se ci lasciassimo guidare dal desiderio di vivere con leggerezza.
LA BOHÉMIENNE ENDORMIE
Un paesaggio lunare, immobile, senza ombre né logica prospettica. Il cielo blu profondo sovrasta un deserto arido, dove ogni forma sembra scolpita nel silenzio. Henri Rousseau, affascinato dalla botanica e dalle figure marginali della società, trova ispirazione nel Giardino Botanico di Parigi e negli zingari — i bohémiens — esiliati dal mondo borghese del XIX secolo.
Al centro della scena, una donna dalla pelle scurissima dorme tranquilla. Indossa un lungo abito colorato, impugna un bastone come fosse un simbolo rituale. Accanto a lei, un mandolino e un vaso di terracotta: oggetti che evocano viaggio, terra, musica. Dietro la figura, un leone veglia in silenzio, illuminato dal chiarore lunare. Non minaccia, non agisce: è presenza pura, come una statua.
La luna piena trasfigura la scena in sogno. I colori sono stesi in modo uniforme, senza sfumature né punti luce. Le forme sono nette, immobili, separate. Non c’è relazione logica tra gli elementi: sembrano un collage esotico, surreale, dove ogni cosa è sospesa. Il leone, risaltato dalla luce, amplifica la figura della donna, come se la sua quiete fosse protetta da una forza primordiale.
Rousseau non cerca il realismo: costruisce un mondo altro, dove la marginalità diventa centro, dove la veglia e il sonno si fondono in un equilibrio misterioso. La zingara dorme, ma il quadro respira. È una soglia, un gesto, un rito visivo..
LA CHARMEUSE DE SERPENT
Dipinto nel 1907, L’Incantatrice di Serpenti nasce da una commissione della contessa Berta Delaunay, madre del pittore Robert Delaunay. L’opera è avvolta da un’atmosfera cupa e lunare: una donna in controluce, immersa nella giungla, suona un flauto sotto il chiarore della luna. La sua figura è armoniosa, quasi mitica—una sorta di Eva nera che incanta la natura stessa.
Rousseau, autodidatta e doganiere, non frequentò accademie né viaggiò lontano. Il massimo dell’esotico per lui era l’Orto Botanico di Parigi. Eppure, questo dipinto sembra evocare terre lontane: forse ispirato dai racconti della contessa sui suoi viaggi in India, o forse influenzato dalle esibizioni di incantatrici nel circolo Mulier, dove il mistero e il rituale si mescolavano alla performance.
La composizione è densa e stratificata: serpenti mimetizzati tra i rami, un lago surreale sullo sfondo, vegetazione lussureggiante che vibra sotto la luce lunare. Non è una giungla reale, ma una giungla mentale—un sogno costruito con precisione visionaria.
Rousseau rappresenta un’arte libera, capace di esprimersi fuori dai canoni accademici. La sua pittura naïf, apparentemente ingenua, affascinò i surrealisti: Dalí e Magritte guardavano le sue opere con stupore, riconoscendo in lui un precursore dell’immaginazione pura. The Snake Charmer non è solo un quadro: è un rito, una soglia, un incanto.
Friedrich Nietzsche
In quest’opera, Edvard Munch cattura l’intensità interiore e la profondità filosofica di Friedrich Nietzsche. La figura è isolata, immersa in uno spazio vibrante e distorto, dove il colore e la linea trasmettono tensione emotiva e forza interiore.
Il ritratto evidenzia il concetto nietzschiano di **volontà di potenza**: Nietzsche viene raffigurato come colui che affronta se stesso e il mondo, cercando di realizzare pienamente il proprio potenziale e di affermare la propria individualità. Ogni gesto e sfumatura cromatica suggerisce la tensione tra fragilità e forza, sofferenza e crescita personale.
Munch, attraverso la deformazione espressiva delle forme e l’intensità dei colori, trasforma il ritratto in una meditazione visiva sulla lotta interiore e sull’affermazione di sé. Non si limita a rappresentare Nietzsche fisicamente, ma ne traduce visivamente la filosofia, rendendo la tela un simbolo del percorso verso la piena espressione della volontà e della forza personale.
.
Bonaparte franchissant le Grand-Saint-Bernard.
"Bonaparte valica il Gran San Bernardo" è un celebre ritratto equestre di Jacques-Louis David che raffigura Napoleone mentre attraversa il colle del Gran San Bernardo durante la seconda campagna d’Italia, seguito dalla sua armata vittoriosa. David ne dipinse cinque versioni; la prima fu commissionata dal re di Spagna Carlo IV come gesto diplomatico verso la Repubblica Francese. La quarta versione, invece, fu destinata al Palazzo della Repubblica Cisalpina a Milano.
Napoleone convocò personalmente David per discutere la composizione dell’opera. Decisero di realizzare due ritratti equestri: uno per Carlo IV e uno per Napoleone stesso. Fu in quell’incontro che nacque l’idea di rappresentare il passaggio del Gran San Bernardo. Napoleone doveva apparire calmo e maestoso su un cavallo impennato. Sebbene rifiutasse di posare, fornì a David l’uniforme della battaglia di Marengo e una copia del cavallo usato nella campagna.
Il dipinto si colloca nel periodo in cui David, influenzato dall’arte romana, dichiarava di essere tornato al “greco puro”, espressione del neoclassicismo che si manifesta anche in opere come Le Sabine e Leonida alle Termopili.
A questa rappresentazione visiva si intreccia il prestigio personale di Napoleone, noto a tutti per il fascino magnetico che esercitava su chi lo circondava. Come osserva Gustave Le Bon nel suo Psicologia delle folle, Napoleone possedeva questo carisma ben prima di diventare una figura illustre, e non sarebbe mai divenuto ciò che fu senza questa forza di attrazione. Il quadro di David non è solo celebrazione militare, ma anche ritratto simbolico di un uomo che incarna potere, visione e magnetismo.
«Questo progetto di divulgazione civica e culturale nasce da un'esigenza profonda: scoprire le storie e le idee che hanno la forza di cambiare
le persone.
Sono affascinato dalla possibilità di costruire ponti tra mondi apparentemente distanti, connettendo
visioni e modi di pensare diversi. Arteinombra è la mia volontà di conoscere e di
rendere pubblica quella bellezza che spesso resta nell'ombra. Credo che la vera crescita di una comunità
nasca dal dialogo tra chi ha il potere di decidere e chi ha la passione per creare.»
COM'È NATA L'IDEA DEL VIAGGIO?HOW DID THE IDEA FOR THIS TRIP COME ABOUT?
«È nata una sera di venerdì. Era una di quelle notti caotiche, piene di rumore e stress. A un certo punto esco dal locale per prendere un po’ d’aria. Mi accendo una sigaretta, alzo lo sguardo e vedo la luna, il cielo e le luci di Lisbona. Poco più in là c’è il bar dove io e Tom ci incontriamo spesso.
In quel momento mi sono sentito chiuso, come se stessi sprecando tempo, come se stessi vivendo in una routine che non mi apparteneva più. Mentre fumavo pensavo alle scelte che facciamo nella vita e alle conseguenze che portano. E all’improvviso mi è arrivata un’idea chiara, liberatoria: voglio partire. Voglio fare un viaggio in solitaria fino a casa mia (Finale Ligure).
Prendo subito il telefono, apro Google Maps e vedo che se scendo fino al sud del Portogallo e poi continuo a seguire tutta la costa, prima o poi ci arrivo davvero. già da quel momento penso di farlo in skate, è sempre stato il mio modo di muovermi, di respirare, di liberare la testa.
Alla fine è nata così: come una sfida con me stesso, per capire se ero capace di farla davvero.»
«It was born on a Friday night. It was one of those chaotic nights, full of noise and stress. At a certain point, I stepped out of the venue to get some fresh air. I lit a cigarette, looked up, and saw the moon, the sky, and the lights of Lisbon. A little further away was the bar where Tom and I often meet.
In that moment, I felt trapped, as if I was wasting time, living in a routine that no longer belonged to me. While smoking, I thought about the choices we make in life and the consequences they bring. And suddenly, a clear, liberating idea came to me: I want to leave. I want to take a solo trip all the way to my home (Finale Ligure).
I immediately grabbed my phone, opened Google Maps, and saw that if I went down to the south of Portugal and then kept following the entire coast, I would eventually get there. I decided right then to do it on my skateboard, because it has always been my way of moving, of breathing, and of clearing my head.
In the end, that's how it was born: as a challenge to myself, to see if I was truly capable of doing it.»
RACCONTAMI L'INCONTRO CHE HA PORTATO TOM A PARTECIPARE? HOW DID TOM BECOME PART OF YOUR TRIP?
«Io volevo farlo da solo questo viaggio. Non pensavo che qualcuno volesse venire con me… nella mia testa era una cosa troppo matta, quasi un mio delirio.
La sera dopo, per puro caso, incontro Tom dopo lavoro. Non so perché, ma invece di andare a casa come faccio di solito, cambio idea e vado al bar dove spesso ci vediamo e passiamo le serate. Qualcosa mi ha spinto ad andarci, non saprei dirti cosa.
Entro e trovo Tom al bancone. Parliamo un po’ e gli racconto dell’idea del viaggio. Lui è incredulo ma super gasato. Ci pensa un secondo e poi mi chiede se può venire anche lui. E la verità è che, in fondo, era quello che volevo: che me lo chiedesse.
Io e Tom siamo come due fratelli, siamo molto simili. Era quasi naturale che ci finissimo dentro insieme.» «I wanted to do this trip alone, you know. I didn't think anyone would want to come with me... in my head, it was too crazy, almost my own delusion.
The night after, purely by chance, I ran into Tom after work. I don't know why, but instead of going home like I usually do, I changed my mind and went to the bar where we often meet and spend our evenings. Something pushed me to go there, I couldn't tell you what.
I walked in and found Tom at the counter. We talked a bit, and I told him about the trip idea. He was incredulous but super stoked about it. He thought for a second and then asked me if he could come along too. And the truth is, deep down, that's exactly what I wanted: for him to ask me.
Tom and I are like brothers. It was almost natural that we would end up in this together.»
MOMENTI CHE TI HANNO COLPITO? MOMENTS THAT STOOD OUT TO YOU?
«Pochi giorni dopo la partenza c’era una discesa enorme, scendendo verso il sud del Portogallo, in Algarve. Una discesa lunga, aperta, che portava verso Lagos.
Davanti a me si vedevano queste colline basse, tonde, con sopra le pale eoliche che giravano piano. Ai lati della strada c’erano distese di verde chiaro, quella vegetazione tipica dell’Algarve: cespugli bassi, campi coltivati a tratti, tutto secco ma vivo allo stesso tempo. Ogni tanto si vedevano trattori, muretti di pietra, e quelle strisce di terra rossiccia che contrastano con il verde.
L’orizzonte era enorme, aperto, senza niente che ti chiudesse la vista. E io ero lì, in skate, a scendere quella discesa con l’aria che mi tagliava la faccia. Facevo fatica anche a respirare da quanto scendevo veloce, ma ero felice.
Quando siamo arrivati in fondo, io e Tom abbiamo fatto un urlo di liberazione, ridendo, perché stavamo davvero vivendo il momento.
Mi ricordo un ponte gigantesco, sospeso tra due colline, a Ronda in Andalusia.
Stavo lì a guardarlo e non smettevo di chiedermi come avessero fatto a costruirlo, quanto tempo ci fosse voluto,
quante persone avessero lavorato… e chissà quante persone magari avevano perso la vita per costruirlo.
«A few days after we left, there was a huge downhill section, descending towards the south of Portugal, in the Algarve.
A long, open slope that led towards Lagos.
In front of me, you could see these low, round hills, with wind turbines slowly turning on top.
Along the sides of the road, there were expanses of light green, the typical Algarve vegetation:
low bushes, Mediterranean scrub, cultivated fields in patches, all dry but alive at the same time.
Every now and then, you could see tractors, stone walls, and those reddish strips of earth that contrasted with the green.
The horizon was massive, open, with nothing blocking your view. And there I was, on my skateboard,
riding down that hill with the air slicing my face. I was struggling even to breathe because of how fast I was going,
but I was happy. When we reached the bottom, Tom and I let out a cry of liberation, laughing, because we were
truly living the moment.
I remember a gigantic bridge, suspended between two hills, in Ronda, Andalusia. I stood there looking at it and couldn't stop asking myself
how they managed to build it, how long it must have taken, how many people must have worked on it... and who knows how many people might have
lost their lives building it.
Puente nuevo (Ronda)
In generale, guardavamo l’arte che ci stava intorno, ma non nel senso classico dei monumenti famosi. Siamo passati attraverso città abbandonate, vere e proprie città fantasma,
e ci stupiva vedere come la natura riprendesse possesso degli edifici. Guardavamo tanto, osservavamo molto.
Mi ricordo anche un giorno in Andalusia, eravamo stremati dal percorso con zaini enormi, la pelle bruciata dal sole…
sembravamo due veri e propri pellegrini. All’improvviso vediamo questa chiesa a Morón de la Frontera. Il custode, Antonio,
ci accoglie dentro, parliamo con lui della vita e del nostro viaggio, e poi ci fa fare una visita della chiesa mostrando gioielli
antichi. È stato un momento autentico.
Un altro momento indimenticabile è stato dopo la città di Sines. A un certo punto stavamo passando in mezzo a delle fabbriche, stradoni brutti,
grigi, zero panorama. Non era proprio il massimo. Poi arriviamo a un bivio e decidiamo di andare a destra, senza pensarci troppo.
E da lì cambia tutto: ci ritroviamo su questa strada che sembra spaccare il paesaggio in due. All’improvviso siamo in mezzo a una radura piena di mucche.
Si sente l’odore di letame, ma allo stesso tempo c’è il verde dappertutto, gli alberi, le balle di fieno, quell’odore di campagna forte ma vero.
E la cosa più folle è che le mucche, da un momento all’altro, si mettono a correre. Ci vengono dietro! Noi in skate, loro che alzano tutta la polvere… e noi con
il sorriso stampato in faccia. C’era anche un contadino lì vicino che ci guardava e si metteva a ridere. Abbiamo ripreso tutto con la videocamera. È stata una scena incredibile,
sembrava quasi finta.»
In general, we looked at the art around us, but not in the classic sense of famous monuments. We passed through abandoned towns,
real ghost
cities, and we were amazed to see how nature reclaimed the buildings. We watched a lot, we observed deeply. I also remember one
day in Andalusia; we were exhausted from the journey with huge backpacks, our skin burned by the sun... we looked like two
genuine pilgrims. Suddenly, we saw this church in Morón de la Frontera. The custodian, Antonio, welcomed us inside. We talked with him about life and our journey, and then he gave us a tour of the church, showing ancient jewels. It was an authentic moment."
"Another unforgettable moment was after the city of Sines. At one point, we were passing through the middle of factories, ugly,
gray roads, zero scenery. It wasn't exactly the best part. Then we reached a fork in the road and decided to go right, without
overthinking it. And everything changed from there: we found ourselves on this road that seemed to slice the landscape in half.
Suddenly, we were in the middle of a clearing full of cows. You could smell the manure, but at the same time, there was green
everywhere, trees, hay bales, that strong but genuine country smell. And the craziest thing is that the cows, all of a sudden,
started running. They chased us! Us on skateboards, them kicking up all the dust... and us with huge smiles plastered on our
faces. There was even a farmer nearby watching us and laughing. We filmed the whole thing. It was an incredible scene; it
almost seemed fake.»
CI SONO STATI MOMENTI DIFFICILI TRA VOI DUE DURANTE IL VIAGGIO? WHERE THERE DIFFICULT MOMENTS BETWEEN THE TWO OF YOU DURING THE TRIP?
«Ci sono stati scontri, ma non così gravi come temevo. Io e Tom abbiamo una visione della vita molto simile. Durante il viaggio ci dividevamo i compiti: Tom era il navigatore,
io mi occupavo di altre cose. Conosci davvero una persona solo quando trascorri 70 giorni con lei: le sue fragilità, i lati nascosti… con qualcun altro probabilmente ci saremmo scannati.
Ci sono stati giorni interi in cui restavamo immersi nella quiete, e quella calma è diventata il filo invisibile del nostro viaggio. Passavamo attraverso montagne maestose, spiagge deserte,
sentieri sconosciuti, e spesso ci bastava uno sguardo per condividere stupore o meraviglia. Non c’era bisogno di parole. Ore intere le trascorrevamo a guardare il mare, sentire l’aria sulla pelle,
il profumo salato del vento: un silenzio che parlava più di mille discorsi, un silenzio che ci univa senza forzature. Quel silenzio, così naturale, lo condivido davvero con pochissime persone.»
«We had some disagreements, but they weren't as serious as I feared. Tom and I share a very similar vision of life. During the trip, we divided the tasks:
Tom was the navigator; I took care of other things. You truly get to know a person only when you spend 70 days with them: their vulnerabilities, their hidden sides...
with anyone else, we probably would have killed each other.
There were entire days when we remained completely immersed in the quietness, and that calm became the invisible thread of our journey.
We passed through majestic mountains, deserted beaches, unknown trails, and often just a glance was enough for us to share astonishment or wonder. No words were needed.
We spent entire hours watching the sea, feeling the air on our skin, the salty scent of the wind: a silence that spoke more than a thousand conversations,
a silence that united us without forcing anything. I truly share that kind of natural silence with very few people.»
DURANTE IL VIAGGIO AVETE INCROCIATO REALTÀ DIFFICILI: C'È UN'EPISODIO CHE TI HA FATTO RIFLETTERE SUL MONDO IN CUI VIVIAMO? DURING THE TRIP, YOU ENCOUNTERED DIFFICULT REALITIES: IS THERE AN EPISODE THAT MADE YOU REFLECT ON THE WORLD WE LIVE IN?"
«Una situazione particolare ci è successa sulla costa sud della Spagna. C’erano questi furgoni della polizia fermi sul ciglio della strada,
e davanti una quindicina di migranti, tutti ammanettati con le mani dietro la schiena. I poliziotti erano nervosi, tesi, quasi aggressivi.
Noi siamo passati oltre in silenzio, con quella scena che ci rimaneva addosso. Dopo un po’ vediamo spuntare due ragazzi,
due di loro, che erano riusciti a scappare. Ci hanno guardati con occhi pieni di vita e di paura insieme, e ci hanno chiesto
indicazioni per Málaga. In quel momento ho sentito una felicità strana, profonda: la gioia che almeno loro due avessero
trovato una possibilità. È una scena che non dimenticherò mai. Mi è venuto spontaneo pensare che anche io sono figlio di
migranti, e vedere quelle persone che cercano soltanto una vita migliore mi ha toccato forte. Mi chiedevo che cosa avessero
lasciato dietro di sé, da cosa stessero scappando davvero.»
«A particular situation happened to us on the south coast of Spain. There were police vans stopped on the side of the road,
and about fifteen migrants were standing in front of them, all handcuffed with their hands behind their backs. The police
officers were nervous, tense, almost aggressive. We passed by in silence, with that scene sticking with us. After a while,
we saw two young men emerge, two of them, who had managed to escape. They looked at us with eyes full of life and fear all
at once, and asked us for directions to Málaga. In that moment, I felt a strange, deep happiness: the joy that at least those
two had found a chance. It's a scene I will never forget. It spontaneously made me think that I, too, am the child of migrants
, and seeing those people who are only searching for a better life hit me hard. I wondered what they had left behind,
what they were truly running from.»
VI CAPITAVA DI 0SSERVARE IL CIELO LA NOTTE? DID YOU EVER OBSERVE THE SKY AT NIGHT?
«Quasi ogni notte. Quando nessuno ci ospitava, finivamo sulla spiaggia, distesi sulla sabbia. All’inizio avevamo una tenda, ma a un certo punto
l’abbiamo lasciata andare, come un peso inutile. Da lì in poi, il cielo era il nostro unico tetto.
Erano momenti rituali: io e Tom in silenzio, con gli occhi persi tra le costellazioni. Le stelle cadenti
sembravano messaggi che qualcuno ci lanciava dall’alto. Nella notte di San Lorenzo il cielo era così vivido
che alcune stelle bruciavano.
Parlavamo dell’universo, ma non come si fa normalmente. Erano conversazioni che sembravano arrivare da qualche luogo più profondo:
domande sull’esistenza, su chi o cosa potrebbe muoversi in spazi che nessuno di noi vedrà mai. E
in mezzo a tutto questo, una sensazione: quella che durante il giorno ci perdiamo in pensieri così piccoli da non
lasciare traccia.
Poi, camminando per le cittadine, osservavo la gente: molti con lo sguardo rivolto a terra, come se il cielo fosse
un segreto riservato a chi osa alzare gli occhi.»
«Almost every night. When no one hosted us, we ended up on the beach, stretched out on the sand. Initially, we had a tent,
but at some point, we let it go, like useless baggage. From then on, the sky was our only roof.
They were ritual moments: Tom and I in silence, our eyes lost among the constellations. The shooting stars
felt like messages someone was throwing down to us from above. On the night of San Lorenzo (St. Lawrence's Night/Perseids),
the sky was so vivid that some stars were burning bright.
We talked about the universe, but not the way people usually do. They were conversations that seemed to come from some deeper
place: questions about existence, about who or what might be moving through spaces none of us will ever see. And in the midst
of all this, one realization: that during the day, we get lost in thoughts so small that they leave no trace.
Then, walking through the towns, I would observe people: many with their gaze fixed on the ground, as if the sky were a secret
reserved only for those who dare to look up.»
C'È QUALCOSA CHE CAMBIERESTI DI QUESTO VIAGGIO? IS THERE ANYTHING YOU WOULD CHANGE ABOUT THIS TRIP?
«Forse una sola: non mi sarei fermato. Ogni tanto mi domando cosa sarebbe accaduto se avessimo continuato a scorrere sull’asfalto.
Ma lo so: ogni viaggio ha il suo inizio e la sua fine.Dopo 2700 km a fare 50 km al giorno, non è più solo fatica:
è un modo di vivere. Ti svegli presto, sali sullo skate, spingi. E ti serve, ti fa stare bene.
Il 12 settembre siamo arrivati a Finale. E lì è arrivato il vuoto. Una specie di down. Mi ci sono voluti
giorni per realizzare davvero cosa avevamo vissuto. In viaggio il tempo cambia: rallenta, si allarga. Ogni giorno
era talmente pieno che la sera ci sorprendevamo a dire: “Incredibile che quella cosa sia successa stamattina.” Tanto che la mattina dopo,
senza pensarci, ho fatto 12 km. Era diventato parte di me. Avevo bisogno di sentire di nuovo quella spinta.»
«Maybe just one thing: I wouldn't have stopped. Every now and then, I wonder what would have happened if we had kept rolling on the asphalt.
But I know: every journey has its beginning and its end.After 2700km, doing 50km a day, it's no longer just fatigue:
it’s a way of living. You wake up early, get on the board, push. And you need it, it makes you feel good. We arrived in Finale
Ligure on September 12th. And that’s when the void arrived. A kind of down. It took me days to truly realize what we had
lived through. Time changes when you're traveling: it slows down, it widens. Every day was so full that in the evening we
were surprised to say: 'It's incredible that that thing happened this morning.'So much so that the morning after, without
thinking, I did 12km. It had become a part of me. I needed to feel that push again.»
COME HAI VISSUTO IL MOMENTO DI NOTORIETÀ?HOW DID YOU EXPERIENCE THE MOMENT OF NOTORIETY?
«È stato sorprendente. I giornali ne hanno parlato: La Stampa, Il Secolo, anche testate portoghesi,
e quando siamo arrivati, la notizia era già ovunque. La gente veniva da me, si congratulava, e mi ha fatto piacere. Quello
che però mi ha colpito più di tutto è stata una frase che mi ripetevano spesso: “Complimenti per il coraggio”.
Ci ho riflettuto molto, perché io non mi ero mai sentito particolarmente coraggioso. Avevo solo bisogno di farlo,
e l’ho fatto. Di tutto questo, la cosa che mi rende più grato è pensare di aver motivato anche solo una persona.
Perché con un po’ di coraggio e di motivazione puoi davvero muoverti, in qualsiasi ambito della vita. Siamo spesso
bloccati dalla paura di sbagliare, ma dentro abbiamo un potenziale enorme.»
«It was surprising. Newspapers talked about it: La Stampa, Il Secolo, even Portuguese papers, and by the time we arrived,
the news was already everywhere. People came up to me, congratulated me, and I was pleased. But what struck me most of all
was a phrase they often repeated to me: "Congratulations for your courage." I reflected on it a lot, because I had never
felt particularly courageous. I just needed to do it, and I did it. Of all this, the thing that makes me most grateful is
the thought that I may have motivated even just one person. Because with a little bit of courage and motivation, you can
truly move, in any area of life. We are often blocked by the fear of making mistakes, but within us, we have enormous
potential.»
CREDI CHE LO SKATE ABBIA IN QUALCHE MODO INFLUENZATO QUESTO VIAGGIO?DO YOU THINK SKATEBOARDING INFLUENCED THIS TRIP IN ANY WAY?
«Noi skater abbiamo un modo nostro di guardare il mondo. Le città non le attraversiamo:
le leggiamo. Forse è questo che ha influenzato il viaggio: la capacità di vedere oltre l’apparenza. Di trasformare qualcosa
di semplice una strada, un’idea, una linea retta sulla mappa in uno spazio di creatività. E credo che proprio questa visione,
questo modo “laterale” di osservare le cose, mi abbia portato a percepire il viaggio non come un percorso da seguire, ma
come uno strumento. Un catalizzatore della mia immaginazione. Lo skate, alla fine, ti insegna sempre la stessa cosa: che
anche nella realtà più rigida c’è un varco, un passaggio nascosto, un movimento possibile. E forse è da lì che nasce tutto.»
«We skaters have our own way of looking at the world. We don't just cross cities: we read them. Perhaps this is what influenced
the trip: the ability to see beyond appearances. To transform something simple a road, an idea, a straight line on a map into
a space for creativity. And I believe that this very vision, this "lateral" way of observing things, led me to perceive the
journey not as a path to follow, but as a tool. A catalyst for my imagination. In the end, skateboarding always teaches you
the same thing: that even in the most rigid reality there is a gap, a hidden passage, a possible movement. And maybe that's
where everything is born.»
COSA TI HA LASCIATO QUESTO VIAGGIO?WHAT DID THIS TRIP LEAVE YOU WITH?
«Ci penso spesso... È stato un viaggio incredibile, ma anche molto faticoso: ogni giorno facevamo cinquanta chilometri,
sempre in movimento, notte e giorno. Abbiamo passato situazioni pericolose, incontrato cani randagi, persone che ci suonavano
dietro dicendo che eravamo matti.
Alla fine, tutto questo mi ha portato a un concetto semplice ma potente: nulla è impossibile, se hai immaginazione e il
coraggio di buttarti.
E soprattutto ho riscoperto qualcosa che avevo dimenticato: lo stare nel presente, Per Davvero.»
«I think about it often... It was an incredible journey, but also very exhausting: every day we covered fifty kilometers, always
moving, night and day. We went through dangerous situations, met stray dogs, people who honked at us, calling us crazy. In the end,
all of this led me to a simple but powerful concept: nothing is impossible, if you have imagination and the courage to take the leap.
And above all, I rediscovered something I had forgotten: to truly be in the present.»
ASSESSORE, RICONVERTIRE UN PROGETTO PNRR PER CREARE UNO SKATEPARK INDOOR È UNA SCELTA DI ROTTURA.
QUAL È STATA LA SCINTILLA POLITICA CHE VI HA CONVINTO CHE QUESTA FOSSE LA SCOMMESSA GIUSTA, PIUTTOSTO CHE RIPIEGARE
SU IMPIANTI TRADIZIONALI?
Francesco Rossello
«Tra i nostri obiettivi, abbiamo quello di creare delle strutture per i giovani. Uno dei temi di cui si discute tanto in città
è come mai i ragazzi si allontanano e vanno fuori; è un problema complesso, che riguarda le opportunità occupazionali,
di crescita e di opportunità. Non si cambia tutto con uno skatepark, però immaginare la città anche in funzione di quello
che potrebbe servire tra qualche anno era uno dei traguardi che ci eravamo dati.
Trattandosi di un finanziamento PNRR destinato specificamente a una struttura sportiva, le alternative a nostra
disposizione erano due: realizzare una classica palestra polifunzionale per la quale riceviamo numerose richieste,
specialmente per le arti marziali e la ginnastica posturale oppure scommettere su qualcosa di innovativo, capace
di diventare un polo d'attrazione anche per chi viene da fuori città. Dopo un’attenta valutazione e un percorso
partecipativo in cui abbiamo consultato diverse realtà, la scelta è ricaduta sullo skatepark.
Sapevamo che era un rischio, perché il percorso documentale per un progetto simile è lungo. Da tempo riceviamo critiche,
ma arrivano da quella parte di città che non vuole guardare al futuro e punta solo a conservare; noi invece siamo molto
orgogliosi di questa scelta. C'era da ricordare che l'area ha un cosiddetto vincolo monumentale, trovandosi all'interno
della fortezza del Priamar. La Soprintendenza ai beni architettonici, che è l’ente preposto alla tutela dei beni circostanti,
inizialmente aveva espresso pareri molto restrittivi, ma noi abbiamo insistito per utilizzare il finanziamento per rigenerare
invece di demolire tutto. Alla fine l’accordo ha previsto di ridurre i volumi dello stabile, abbattendo la parte dove
c’erano gli spogliatoi della piscina.»
APPROVARE UN PROGETTO COSÌ INNOVATIVO E "FUORI DAGLI SCHEMI" NON È MAI SCONTATO IN UNA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE.
COME È RIUSCITO A CONVINCERE LA GIUNTA E A COSTRUIRE IL CONSENSO NECESSARIO PER TRASFORMARE QUESTA VISIONE IN UNA SCELTA CONDIVISA DA TUTTI?
Francesco Rossello
«In realtà non abbiamo dovuto fare alcuno sforzo. Abbiamo deciso di avviare un percorso partecipativo coinvolgendo molte
società; diverse realtà ci spingevano verso una palestra tradizionale, ma abbiamo deciso di puntare su una struttura che
sarà l’unica ad avere una "bowl" al coperto di questo livello. Questo progetto si inserisce in un’area di trasformazione
molto più ampia: al di sotto ci sarà una spiaggia libera attrezzata con campi da beach volley e verranno completamente
ristrutturati i giardini esterni. La cosa innovativa è che negli spazi fuori dallo skatepark inseriremo arredi urbani
progettati appositamente per lo street skating. Vogliamo ricreare l'effetto di Piazza del Brandale, ma in modo ragionato:
non per caso o per occupazione spontanea, ma come scelta architettonica precisa.»
UN INTERVENTO DI QUESTA PORTATA AL PRIAMAR RAPPRESENTA UNA DELLE SFIDE PIÙ AMBIOZIOSE PER LA CITTÀ.
PUÒ SPIEGARCI COME SIETE RIUSCITI A FAR CONVERGERE I FONDI PNRR CON LE RISORSE DEL BILANCIO COMUNALE E PERCHÉ, DAL PUNTO DI VISTA DELLA SOSTENIBILITÀ,
QUESTA SCELTA È STATA PREFERITA AL RECUPERO DI PROGETTI PRECEDENTI COME LA PISCINA?
Francesco Rossello
«La strategia è stata molto chiara: abbiamo utilizzato il PNRR come motore per il recupero strutturale. Parliamo di un’operazione
da 2,2 milioni di euro, sostenuta per 1,85 milioni dai fondi europei e per la restante parte dal Comune, necessari per smantellare
il vecchio e mettere in sicurezza l'immobile.
Abbiamo scelto di non proseguire con l'idea della piscina in quell'area perché i costi di gestione sarebbero stati insostenibili per
le casse comunali; abbiamo preferito ottimizzare le risorse puntando sul secondo lotto della piscina Zanelli. Per il Priamar,
invece, il Comune ha deciso di investire con convinzione ulteriori 885.000 euro di risorse proprie. Questi fondi non sono solo
per il cemento, ma per l'anima del progetto: la Bowl, gli interventi per l’accessibilità e i sistemi di risalita per atleti
con disabilità. È un investimento sulla qualità che trasforma un recupero edilizio in un polo sportivo di eccellenza
internazionale.»
OLTRE ALLA PARTE TECNICA PER GLI ATLETI, IL PROGETTO PREVEDE UN BAR E UNA TERRAZZA. COME È STATA STUDIATA LA DISTRIBUZIONE
DEGLI SPAZI INTERNI PER PERMETTERE A CHI NON PRATICA SKATE DI VIVERE LA STRUTTURA?
Francesco Rossello
«Inizialmente la visione era più ampia: volevamo ricavare spazi per palestrine e aule per la street art negli ex spogliatoi.
Tuttavia, il confronto con la Soprintendenza ai beni architettonici è stato serrato e ci hanno imposto di demolire tutta
quella volumetria. È stato un momento difficile del progetto, ma siamo riusciti a salvare l'area bar. Per compensare
la perdita degli spazi interni, abbiamo avuto l'intuizione di rendere calpestabile il tetto, trasformandolo in una terrazza panoramica che affaccia direttamente sul Priamar.»
NEL 2027 SAVONA E LA LIGURIA AVRANNO FINALMENTE UN NUOVO SKATEPARK INDOOR, GRAZIE ANCHE AI FONDI PNRR.
CONSIGLIERI COMUNALI, QUANTO È STATO IMPEGNATIVO RACCOGLIERE E SOSTENERE QUESTA SFIDA?
Luca Burlando
«È stato estremamente impegnativo raccogliere questa sfida. Ogni volta che una città compie scelte d'investimento,
e quelle legate al PNRR sono state tra le più imponenti che ricordiamo negli ultimi anni a Savona, è inevitabile doversi
confrontare con numerose urgenze. Riuscire a inserire tra gli obiettivi principali un impianto sportivo rivolto alle nuove
generazioni, e a discipline che oggi in città è complesso praticare, ha rappresentato una prova difficile. Tuttavia,
la presenza di molti consiglieri giovani in questa legislatura ha permesso di integrare nuove prospettive nell'agenda di
tutta l'amministrazione comunale.»
Massimiliano Carpano
«Oltre alla sfida politica, è stata fondamentale la coerenza con il luogo scelto per destinare questi fondi.
Abbiamo voluto creare le condizioni affinché la città avesse sia un nuovo polo sportivo indoor al Priamar, sia
la continuità dei servizi acquatici vicino alla Zanelli. Convertire una struttura vincolata verso le reali necessità
dei cittadini è stato l'aspetto più impegnativo, ma anche quello di cui siamo più orgogliosi.»
COSA VUOL DIRE PER SAVONA DOTARSI DI UN IMPIANTO MODERNO DEDICATO AD UNO SPORT CHE DAL 2020 È ASSURTO A DISCIPLINA OLIMPICA?
Massimiliano Carpano
«È un modo per restituire qualcosa a una comunità, come quella degli skater, che per tanti anni è stata "ghettizzata".
Questo progetto dà finalmente loro lo spazio che meritano, con la speranza che il movimento possa crescere e che da
lì nascano nuove generazioni di campioni savonesi... e chissà, magari un giorno vederli alle Olimpiadi.»
IN UN CONTESTO POLITICO DOVE OGNI DECISIONE PUÒ INNESCARE FRIZIONI O RESISTENZE,
SOPRATTUTTO SU PROGETTI NON CONVENZIONALI COME LO SKATEPARK, COSA VI HA DATO LA SICUREZZA E LA VISIONE PER SOSTENERE
CON TALE FERMEZZA QUESTA INIZIATIVA, NEUTRALIZZANDO SUL NASCERE POSSIBILI OBIEZIONI?
Luca Burlando «Lo Skatepark si inserisce in un quadro molto più ampio. Noi consiglieri
giovani siamo cresciuti in questa città e per anni abbiamo mosso critiche dure e ferme a Savona, soprattutto su come
accoglie e intrattiene le nuove generazioni. Il Prolungamento è un pezzo di città che chiunque veda per la prima
volta ci invidia, ma non era mantenuto nel migliore dei modi. Aveva necessità di un intervento completo: con tre
o quattro interventi importanti, lo Skatepark, la riqualificazione della spiaggia e, proprio in questi giorni,
quella dei giardini, stiamo ridando a quel luogo un ruolo centrale. Poi arriverà anche la ricostruzione della
parte dietro alla piscina come sede per le associazioni. Si ridà vita a quel quadrante con un focus su sport e
giovani, temi che abbiamo portato avanti con forza. È stato questo insieme di fattori a convincere la Giunta,
che è stata molto 'sul pezzo' nel portare avanti le idee in tempi brevi.»
Massimiliano Carpano «C’è una visione chiara per il Prolungamento e per la trasformazione dell’ex piscina in skatepark. Secondo me, però, serve anche molta
attenzione da parte nostra: dobbiamo lavorare sodo nel periodo che manca all’apertura affinché quel contenitore sia pieno di
persone. Servono iniziative legate ai ragazzi, promozione del mondo skate e sostegno alle realtà che già vivono Savona. Con
lo Street Fest abbiamo cercato in questi anni, grazie alla presenza degli skater, di dimostrare che lo skateboard è presente
e capace di attirare le masse: ricordiamo che quest'anno centinaia di persone si sono fermate a guardare il contest al Prolungamento.
Dobbiamo presidiare bene questo periodo di attesa per attirare più appassionati possibili e far conoscere il fatto che a Savona si sta creando un’esperienza unica.»
INDIPENDENTEMENTE DAI NUMEROSI DETRATTORI, AVETE RICEVUTO IL SOSTEGNO E LA COLLABORAZIONE DEI PRATICANTI?
Massimiliano Carpano
«C'è stata una grande collaborazione da parte dei praticanti fin dall'inizio; anzi, è proprio questo uno dei motivi per cui
si è scelto di puntare su uno skatepark indoor. Inizialmente i ragazzi si sono avvicinati per chiedere spazi e sostegno
per la realtà dello skateboard a Savona; quando si è presentata l’occasione del bando indoor, abbiamo deciso di coglierla
insieme a loro: Emanuele Mensi, Silvio Ottonello, Niccolò Setzu, Lorenzo Pera e Francesco Ferro. Grazie ai loro consigli
tecnici, siamo riusciti a progettare una struttura che avesse una collocazione importante e che fosse davvero funzionale
per tutta la comunità. Questo sostegno reciproco c'è stato sul progetto, sull'avvicinamento dei giovani a questa
disciplina e sulle iniziative fatte finora: e così dovrà continuare a essere in futuro.»
Luca Burlando
«Aggiungo e allargo il campo: avendo organizzato un festival che unisce diverse tematiche urban, per noi era fondamentale
dimostrare che questa volta non eravamo noi a chiedere qualcosa, ma eravamo noi a offrire spazi affinché queste discipline,
dai graffiti a tutta la parte culturale, potessero avere uno sbocco. Il festival è stato il modo per concretizzare tante
progettazioni che a Savona erano già vive in piccoli settori, ma che non avevano i luoghi per esplodere. Lo Skatepark
arriva con la consapevolezza che c'è un fermento culturale finora inesplorato. Faccio l’esempio dei graffiti: fino
a pochi anni fa dare muri importanti in centro per realizzare opere sembrava impensabile e ancora oggi alcuni colleghi
in Consiglio contestano queste scelte. Eppure, abbiamo creato dei piccoli gioielli, delle opere d’arte. Anche lo
Skatepark sarà un gioiellino: non potevamo farlo da soli, chi lo vive ogni giorno doveva essere protagonista. Il nostro
lavoro è stato metterli al centro.»
QUANTO È IMPORTANTE LA REALIZZAZIONE DI UN NUOVO POLO SPORTIVO FOCALIZZATO SULL’AGGREGAZIONE “IN PRESENZA” DI ATLETI ESPERTI,
APPASSIONATI, MA ANCHE NUOVE GENERAZIONI CHE VOGLIONO AVVICINARSI A QUESTA REALTÀ?
Luca Burlando
«Offrire un’ampia scelta di discipline in impianti adeguati è fondamentale per garantire spazi di aggregazione reali alla nostra città.
Nei prossimi anni il nostro impegno sarà proprio quello di ampliare ulteriormente questa offerta: abbiamo ragionato,
ad esempio, sull'inserimento di un muro di arrampicata e sul dare sbocco a nuove discipline urban. Portare queste realtà
a Savona è una strategia precisa: è un modo per attirare sempre più sportivi nella nostra città, un valore
aggiunto che si rivela estremamente utile per tutto il territorio.»
Massimiliano Carpano
«La gente spesso non considera il circuito economico che una disciplina come lo skateboard può generare.
Diventare un punto di riferimento, specialmente d'inverno, è fondamentale: se d'estate Savona è viva, d'inverno
fatica ad attirare persone in certe zone. Un polo sportivo moderno, con un bar, un terrazzo e una sua sostenibilità economica,
può fare la differenza. Spero che questo diventi un volano per far rinascere la cultura legata allo skateboard e rilanciare
i negozi di settore che negli anni hanno chiuso per mancanza di luoghi in cui i ragazzi potessero identificarsi.
Dobbiamo far coesistere tutte le discipline su ruote, senza limitazioni, creando un vero scambio tra sport.
L'obiettivo è far vivere questo luogo il più possibile, attirando le nuove generazioni e, perché no,
entrando in futuro anche nelle scuole per far conoscere queste realtà ai giovani.»
ELEMENTI CHIAVE DEL PROGETTO SONO STATI LA SOSTENIBILITÀ E L’INCLUSIVITÀ, POTETE RIASSUMERE GLI ASPETTI PIÙ SIGNIFICATIVI?
Massimiliano Carpano
«Come abbiamo sottolineato, l’impianto sorge accanto alla Fortezza del Priamar: è stato fondamentale coniugare gli interventi finanziati
dal PNRR con il contesto storico, minimizzando l’impatto visivo per far sì che queste due realtà convivano armoniosamente.
È stato fatto un ottimo lavoro. Speriamo che diventi un luogo vissuto tutto l’anno, un centro di aggregazione grazie al bar
e alle altre attività interne. È una vera rivoluzione per il Prolungamento: con la riqualificazione dell’ultimo lotto,
inseriremo aree verdi, un campo da basket e la nuova piscina accanto alla Zanelli. Inoltre, la gestione della spiaggia
sotto il Priamar includerà campi da beach volley. Per noi, quell'area è la chiave per cambiare il volto della città e la
sua attrattività.»
Luca burlando
«È stato un lavoro volto alla massima inclusività. Nonostante i limiti strutturali di un impianto concepito negli anni '70,
abbiamo collaborato con chi vive lo sport a 360° per adattare la struttura a ogni necessità, rendendola davvero aperta a tutti.
Fin dall’inizio abbiamo adottato una visione complessiva: il nostro obiettivo è trasformare il Prolungamento in un gioiellino
di cui andare orgogliosi, un’area verde affacciata sul mare capace di offrire spazi concreti alle nuove generazioni.»
«Di seguito trovate alcune foto di repertorio che ripercorrono oltre 30 anni di skateboarding savonese.»