«È nata una sera di venerdì. Era una di quelle notti caotiche, piene di rumore e stress. A un certo punto esco dal locale per prendere un po’ d’aria. Mi accendo una sigaretta, alzo lo sguardo e vedo la luna, il cielo e le luci di Lisbona. Poco più in là c’è il bar dove io e Tom ci incontriamo spesso. In quel momento mi sono sentito chiuso, come se stessi sprecando tempo, come se stessi vivendo in una routine che non mi apparteneva più. Mentre fumavo pensavo alle scelte che facciamo nella vita e alle conseguenze che portano. E all’improvviso mi è arrivata un’idea chiara, liberatoria: voglio partire. Voglio fare un viaggio in solitaria fino a casa mia (Finale Ligure). Prendo subito il telefono, apro Google Maps e vedo che se scendo fino al sud del Portogallo e poi continuo a seguire tutta la costa, prima o poi ci arrivo davvero. già da quel momento penso di farlo in skate, è sempre stato il mio modo di muovermi, di respirare, di liberare la testa. Alla fine è nata così: come una sfida con me stesso, per capire se ero capace di farla davvero.»
«Io volevo farlo da solo questo viaggio. Non pensavo che qualcuno volesse venire con me… nella mia testa era una cosa troppo matta, quasi un mio delirio. La sera dopo, per puro caso, incontro Tom dopo lavoro. Non so perché, ma invece di andare a casa come faccio di solito, cambio idea e vado al bar dove spesso ci vediamo e passiamo le serate. Qualcosa mi ha spinto ad andarci, non saprei dirti cosa. Entro e trovo Tom al bancone. Parliamo un po’ e gli racconto dell’idea del viaggio. Lui è incredulo ma super gasato. Ci pensa un secondo e poi mi chiede se può venire anche lui. E la verità è che, in fondo, era quello che volevo: che me lo chiedesse. Io e Tom siamo come due fratelli, siamo molto simili. Era quasi naturale che ci finissimo dentro insieme.»
«Pochi giorni dopo la partenza c’era una discesa enorme, scendendo verso il sud del Portogallo, in Algarve. Una discesa lunga, aperta, che portava verso Lagos. Davanti a me si vedevano queste colline basse, tonde, con sopra le pale eoliche che giravano piano. Ai lati della strada c’erano distese di verde chiaro, quella vegetazione tipica dell’Algarve: cespugli bassi, campi coltivati a tratti, tutto secco ma vivo allo stesso tempo. Ogni tanto si vedevano trattori, muretti di pietra, e quelle strisce di terra rossiccia che contrastano con il verde. L’orizzonte era enorme, aperto, senza niente che ti chiudesse la vista. E io ero lì, in skate, a scendere quella discesa con l’aria che mi tagliava la faccia. Facevo fatica anche a respirare da quanto scendevo veloce, ma ero felice. Quando siamo arrivati in fondo, io e Tom abbiamo fatto un urlo di liberazione, ridendo, perché stavamo davvero vivendo il momento. Mi ricordo un ponte gigantesco, sospeso tra due colline, a Ronda in Andalusia. Stavo lì a guardarlo e non smettevo di chiedermi come avessero fatto a costruirlo, quanto tempo ci fosse voluto, quante persone avessero lavorato… e chissà quante persone magari avevano perso la vita per costruirlo.
Puente nuevo (Ronda)
In generale, guardavamo l’arte che ci stava intorno, ma non nel senso classico dei monumenti famosi. Siamo passati attraverso città abbandonate, vere e proprie città fantasma, e ci stupiva vedere come la natura riprendesse possesso degli edifici. Guardavamo tanto, osservavamo molto. Mi ricordo anche un giorno in Andalusia, eravamo stremati dal percorso con zaini enormi, la pelle bruciata dal sole… sembravamo due veri e propri pellegrini. All’improvviso vediamo questa chiesa a Morón de la Frontera. Il custode, Antonio, ci accoglie dentro, parliamo con lui della vita e del nostro viaggio, e poi ci fa fare una visita della chiesa mostrando gioielli antichi. È stato un momento autentico. Un altro momento indimenticabile è stato dopo la città di Sines. A un certo punto stavamo passando in mezzo a delle fabbriche, stradoni brutti, grigi, zero panorama. Non era proprio il massimo. Poi arriviamo a un bivio e decidiamo di andare a destra, senza pensarci troppo. E da lì cambia tutto: ci ritroviamo su questa strada che sembra spaccare il paesaggio in due. All’improvviso siamo in mezzo a una radura piena di mucche. Si sente l’odore di letame, ma allo stesso tempo c’è il verde dappertutto, gli alberi, le balle di fieno, quell’odore di campagna forte ma vero. E la cosa più folle è che le mucche, da un momento all’altro, si mettono a correre. Ci vengono dietro! Noi in skate, loro che alzano tutta la polvere… e noi con il sorriso stampato in faccia. C’era anche un contadino lì vicino che ci guardava e si metteva a ridere. Abbiamo ripreso tutto con la videocamera. È stata una scena incredibile, sembrava quasi finta.»
«Ci sono stati scontri, ma non così gravi come temevo. Io e Tom abbiamo una visione della vita molto simile. Durante il viaggio ci dividevamo i compiti: Tom era il navigatore, io mi occupavo di altre cose. Conosci davvero una persona solo quando trascorri 70 giorni con lei: le sue fragilità, i lati nascosti… con qualcun altro probabilmente ci saremmo scannati. Ci sono stati giorni interi in cui restavamo immersi nella quiete, e quella calma è diventata il filo invisibile del nostro viaggio. Passavamo attraverso montagne maestose, spiagge deserte, sentieri sconosciuti, e spesso ci bastava uno sguardo per condividere stupore o meraviglia. Non c’era bisogno di parole. Ore intere le trascorrevamo a guardare il mare, sentire l’aria sulla pelle, il profumo salato del vento: un silenzio che parlava più di mille discorsi, un silenzio che ci univa senza forzature. Quel silenzio, così naturale, lo condivido davvero con pochissime persone.»
«Una situazione particolare ci è successa sulla costa sud della Spagna. C’erano questi furgoni della polizia fermi sul ciglio della strada, e davanti una quindicina di migranti, tutti ammanettati con le mani dietro la schiena. I poliziotti erano nervosi, tesi, quasi aggressivi. Noi siamo passati oltre in silenzio, con quella scena che ci rimaneva addosso. Dopo un po’ vediamo spuntare due ragazzi, due di loro, che erano riusciti a scappare. Ci hanno guardati con occhi pieni di vita e di paura insieme, e ci hanno chiesto indicazioni per Málaga. In quel momento ho sentito una felicità strana, profonda: la gioia che almeno loro due avessero trovato una possibilità. È una scena che non dimenticherò mai. Mi è venuto spontaneo pensare che anche io sono figlio di migranti, e vedere quelle persone che cercano soltanto una vita migliore mi ha toccato forte. Mi chiedevo che cosa avessero lasciato dietro di sé, da cosa stessero scappando davvero.»
«Quasi ogni notte. Quando nessuno ci ospitava, finivamo sulla spiaggia, distesi sulla sabbia. All’inizio avevamo una tenda, ma a un certo punto l’abbiamo lasciata andare, come un peso inutile. Da lì in poi, il cielo era il nostro unico tetto. Erano momenti rituali: io e Tom in silenzio, con gli occhi persi tra le costellazioni. Le stelle cadenti sembravano messaggi che qualcuno ci lanciava dall’alto. Nella notte di San Lorenzo il cielo era così vivido che alcune stelle bruciavano. Parlavamo dell’universo, ma non come si fa normalmente. Erano conversazioni che sembravano arrivare da qualche luogo più profondo: domande sull’esistenza, su chi o cosa potrebbe muoversi in spazi che nessuno di noi vedrà mai. E in mezzo a tutto questo, una sensazione: quella che durante il giorno ci perdiamo in pensieri così piccoli da non lasciare traccia. Poi, camminando per le cittadine, osservavo la gente: molti con lo sguardo rivolto a terra, come se il cielo fosse un segreto riservato a chi osa alzare gli occhi.»
«Forse una sola: non mi sarei fermato. Ogni tanto mi domando cosa sarebbe accaduto se avessimo continuato a scorrere sull’asfalto. Ma lo so: ogni viaggio ha il suo inizio e la sua fine.Dopo 2700 km a fare 50 km al giorno, non è più solo fatica: è un modo di vivere. Ti svegli presto, sali sullo skate, spingi. E ti serve, ti fa stare bene. Il 12 settembre siamo arrivati a Finale. E lì è arrivato il vuoto. Una specie di down. Mi ci sono voluti giorni per realizzare davvero cosa avevamo vissuto. In viaggio il tempo cambia: rallenta, si allarga. Ogni giorno era talmente pieno che la sera ci sorprendevamo a dire: “Incredibile che quella cosa sia successa stamattina.” Tanto che la mattina dopo, senza pensarci, ho fatto 12 km. Era diventato parte di me. Avevo bisogno di sentire di nuovo quella spinta.»
«È stato sorprendente. I giornali ne hanno parlato: La Stampa, Il Secolo, anche testate portoghesi, e quando siamo arrivati, la notizia era già ovunque. La gente veniva da me, si congratulava, e mi ha fatto piacere. Quello che però mi ha colpito più di tutto è stata una frase che mi ripetevano spesso: “Complimenti per il coraggio”. Ci ho riflettuto molto, perché io non mi ero mai sentito particolarmente coraggioso. Avevo solo bisogno di farlo, e l’ho fatto. Di tutto questo, la cosa che mi rende più grato è pensare di aver motivato anche solo una persona. Perché con un po’ di coraggio e di motivazione puoi davvero muoverti, in qualsiasi ambito della vita. Siamo spesso bloccati dalla paura di sbagliare, ma dentro abbiamo un potenziale enorme.»
«Noi skater abbiamo un modo nostro di guardare il mondo. Le città non le attraversiamo: le leggiamo. Forse è questo che ha influenzato il viaggio: la capacità di vedere oltre l’apparenza. Di trasformare qualcosa di semplice una strada, un’idea, una linea retta sulla mappa in uno spazio di creatività. E credo che proprio questa visione, questo modo “laterale” di osservare le cose, mi abbia portato a percepire il viaggio non come un percorso da seguire, ma come uno strumento. Un catalizzatore della mia immaginazione. Lo skate, alla fine, ti insegna sempre la stessa cosa: che anche nella realtà più rigida c’è un varco, un passaggio nascosto, un movimento possibile. E forse è da lì che nasce tutto.»
«Ci penso spesso... È stato un viaggio incredibile, ma anche molto faticoso: ogni giorno facevamo cinquanta chilometri, sempre in movimento, notte e giorno. Abbiamo passato situazioni pericolose, incontrato cani randagi, persone che ci suonavano dietro dicendo che eravamo matti. Alla fine, tutto questo mi ha portato a un concetto semplice ma potente: nulla è impossibile, se hai immaginazione e il coraggio di buttarti. E soprattutto ho riscoperto qualcosa che avevo dimenticato: lo stare nel presente, Per Davvero.»
L' arrampicata è uno sport atavico, uno dei pochi in cui si ha la possibilità più intima di entrare in contatto con la natura. Non c'è adrenalina: è un lavoro metodico, una ricerca costante di dettagli, una sfida con sé stessi. Il free solo è il sottogenere che affascina di più per la sua estrema semplicità. Non ci sono aiuti esterni: o cadi o vai avanti. Ti impone di essere preparato, di conoscere a memoria ogni centimetro della parete.
Reinhold Messner, il primo nella storia a completare tutte le 14 montagne sopra gli 8.000 metri, disse: "Nel free solo le difficoltà aumentano, i pericoli aumentano. Questa maggiore esposizione al pericolo ti entra nel subconscio. Questa gente è talmente sicura che può farlo."
Quando scali senza strumenti di sicurezza entri in un flusso. Passato e futuro non esistono: abiti il vuoto, sei nell'azione meditativa. Paul Preuss, scrittore e arrampicatore, spinse questa filosofia ancora oltre: se per superare una parete hai bisogno di aiuti artificiali, quella parete non è alla tua portata. La consapevolezza risiede nel saper riconoscere i propri limiti. Se provi qualcosa che è oltre le tue capacità, non vivi a lungo. Il limite non come ostacolo, ma come specchio in cui guardare la propria verità.
Dan Osman incarnò questa visione fino alle estreme conseguenze. Di origini giapponesi e canadesi, fin da piccolo praticò Aikido e kung fu, perfezionando tecniche di respirazione e meditazione. In adolescenza scoprì che l'arrampicata era la sua vera missione, e nel free solo trovò il modo di toccare i propri limiti e attraversarli.Era meticoloso.le pareti più impegnative richiedevano mesi di studio prima di ogni tentativo. Come la maggior parte degli scalatori, non riusciva a vivere della sua passione. Faceva il carpentiere. Solo anni dopo ottenne sponsor sufficienti per dedicarsi completamente alla roccia.
la ricerca dei propri limiti lo portò oltre l'arrampicata. Un giorno realizzò che non era nello scalare, ma nel cadere che avrebbe affrontato la sua paura più profonda. Inventò il controlled free falling: saltare da altezze spaventose usando corde da arrampicata, trasformando la caduta in un pendolo che oscillava per oltre 150 metri attraverso la valle. All'epoca non esistevano studi sui danni fisici che simili impatti potessero provocare. Dan studiò tuffatori, paracadutisti, atleti del salto con gli sci per capire come controllare il corpo in aria. La paura del vuoto non scomparve mai. Imparò a tenerla a bada attraverso il respiro, rallentando il battito cardiaco nei momenti critici.
Rischiare di morire fu una parte essenziale della sua vita. Non era finanziariamente stabile, faceva uso sconsiderato di alcol e fumo, non riusciva a costruirsi un'esistenza ordinaria. Nella sua concezione, smettere di vivere con il rischio avrebbe significato tradire sé stesso. Ma crearsi un'identità estrema ha un costo: ti costruisci un personaggio e non riesci più a uscirne. Dan ne era consapevole. Ammirava chi riusciva a sentirsi appagato della propria vita senza doversi mettere in pericolo.
Lunedì 23 novembre 1998, intorno alle 17:30, Cave Rock, sulla sponda orientale del Lake Tahoe. Da giorni Dan viveva sospeso tra le rocce con un unico obiettivo: completare il salto più lungo mai tentato, oltre 300 metri di caduta libera. Ci furono molteplici salti quella settimana. Le corde erano state usate oltre ogni ragionevole limite. Quel lunedì si spezzarono. Dan lasciò la figlia Emma di otto anni. Non possedeva alcun bene, non aveva un'assicurazione sanitaria.
Fonte: Dan Osman - inseguendo la paura - Andrew Todhunter
Francesco Rossello «Tra i nostri obiettivi, abbiamo quello di creare delle strutture per i giovani. Uno dei temi di cui si discute tanto in città è come mai i ragazzi si allontanano e vanno fuori; è un problema complesso, che riguarda le opportunità occupazionali, di crescita e di opportunità. Non si cambia tutto con uno skatepark, però immaginare la città anche in funzione di quello che potrebbe servire tra qualche anno era uno dei traguardi che ci eravamo dati. Trattandosi di un finanziamento PNRR destinato specificamente a una struttura sportiva, le alternative a nostra disposizione erano due: realizzare una classica palestra polifunzionale per la quale riceviamo numerose richieste, specialmente per le arti marziali e la ginnastica posturale oppure scommettere su qualcosa di innovativo, capace di diventare un polo d'attrazione anche per chi viene da fuori città. Dopo un’attenta valutazione e un percorso partecipativo in cui abbiamo consultato diverse realtà, la scelta è ricaduta sullo skatepark. Sapevamo che era un rischio, perché il percorso documentale per un progetto simile è lungo. Da tempo riceviamo critiche, ma arrivano da quella parte di città che non vuole guardare al futuro e punta solo a conservare; noi invece siamo molto orgogliosi di questa scelta. C'era da ricordare che l'area ha un cosiddetto vincolo monumentale, trovandosi all'interno della fortezza del Priamar. La Soprintendenza ai beni architettonici, che è l’ente preposto alla tutela dei beni circostanti, inizialmente aveva espresso pareri molto restrittivi, ma noi abbiamo insistito per utilizzare il finanziamento per rigenerare invece di demolire tutto. Alla fine l’accordo ha previsto di ridurre i volumi dello stabile, abbattendo la parte dove c’erano gli spogliatoi della piscina.»
Francesco Rossello «In realtà non abbiamo dovuto fare alcuno sforzo. Abbiamo deciso di avviare un percorso partecipativo coinvolgendo molte società; diverse realtà ci spingevano verso una palestra tradizionale, ma abbiamo deciso di puntare su una struttura che sarà l’unica ad avere una "bowl" al coperto di questo livello. Questo progetto si inserisce in un’area di trasformazione molto più ampia: al di sotto ci sarà una spiaggia libera attrezzata con campi da beach volley e verranno completamente ristrutturati i giardini esterni. La cosa innovativa è che negli spazi fuori dallo skatepark inseriremo arredi urbani progettati appositamente per lo street skating. Vogliamo ricreare l'effetto di Piazza del Brandale, ma in modo ragionato: non per caso o per occupazione spontanea, ma come scelta architettonica precisa.»
Francesco Rossello «La strategia è stata molto chiara: abbiamo utilizzato il PNRR come motore per il recupero strutturale. Parliamo di un’operazione da 2,2 milioni di euro, sostenuta per 1,85 milioni dai fondi europei e per la restante parte dal Comune, necessari per smantellare il vecchio e mettere in sicurezza l'immobile. Abbiamo scelto di non proseguire con l'idea della piscina in quell'area perché i costi di gestione sarebbero stati insostenibili per le casse comunali; abbiamo preferito ottimizzare le risorse puntando sul secondo lotto della piscina Zanelli. Per il Priamar, invece, il Comune ha deciso di investire con convinzione ulteriori 885.000 euro di risorse proprie. Questi fondi non sono solo per il cemento, ma per l'anima del progetto: la Bowl, gli interventi per l’accessibilità e i sistemi di risalita per atleti con disabilità. È un investimento sulla qualità che trasforma un recupero edilizio in un polo sportivo di eccellenza internazionale.»
Francesco Rossello «Inizialmente la visione era più ampia: volevamo ricavare spazi per palestrine e aule per la street art negli ex spogliatoi. Tuttavia, il confronto con la Soprintendenza ai beni architettonici è stato serrato e ci hanno imposto di demolire tutta quella volumetria. È stato un momento difficile del progetto, ma siamo riusciti a salvare l'area bar. Per compensare la perdita degli spazi interni, abbiamo avuto l'intuizione di rendere calpestabile il tetto, trasformandolo in una terrazza panoramica che affaccia direttamente sul Priamar.»
Luca Burlando «È stato estremamente impegnativo raccogliere questa sfida. Ogni volta che una città compie scelte d'investimento, e quelle legate al PNRR sono state tra le più imponenti che ricordiamo negli ultimi anni a Savona, è inevitabile doversi confrontare con numerose urgenze. Riuscire a inserire tra gli obiettivi principali un impianto sportivo rivolto alle nuove generazioni, e a discipline che oggi in città è complesso praticare, ha rappresentato una prova difficile. Tuttavia, la presenza di molti consiglieri giovani in questa legislatura ha permesso di integrare nuove prospettive nell'agenda di tutta l'amministrazione comunale.»
Massimiliano Carpano «Oltre alla sfida politica, è stata fondamentale la coerenza con il luogo scelto per destinare questi fondi. Abbiamo voluto creare le condizioni affinché la città avesse sia un nuovo polo sportivo indoor al Priamar, sia la continuità dei servizi acquatici vicino alla Zanelli. Convertire una struttura vincolata verso le reali necessità dei cittadini è stato l'aspetto più impegnativo, ma anche quello di cui siamo più orgogliosi.»
Massimiliano Carpano «È un modo per restituire qualcosa a una comunità, come quella degli skater, che per tanti anni è stata "ghettizzata". Questo progetto dà finalmente loro lo spazio che meritano, con la speranza che il movimento possa crescere e che da lì nascano nuove generazioni di campioni savonesi... e chissà, magari un giorno vederli alle Olimpiadi.»
Luca Burlando «Lo Skatepark si inserisce in un quadro molto più ampio. Noi consiglieri giovani siamo cresciuti in questa città e per anni abbiamo mosso critiche dure e ferme a Savona, soprattutto su come accoglie e intrattiene le nuove generazioni. Il Prolungamento è un pezzo di città che chiunque veda per la prima volta ci invidia, ma non era mantenuto nel migliore dei modi. Aveva necessità di un intervento completo: con tre o quattro interventi importanti, lo Skatepark, la riqualificazione della spiaggia e, proprio in questi giorni, quella dei giardini, stiamo ridando a quel luogo un ruolo centrale. Poi arriverà anche la ricostruzione della parte dietro alla piscina come sede per le associazioni. Si ridà vita a quel quadrante con un focus su sport e giovani, temi che abbiamo portato avanti con forza. È stato questo insieme di fattori a convincere la Giunta, che è stata molto 'sul pezzo' nel portare avanti le idee in tempi brevi.»
Massimiliano Carpano «C’è una visione chiara per il Prolungamento e per la trasformazione dell’ex piscina in skatepark. Secondo me, però, serve anche molta attenzione da parte nostra: dobbiamo lavorare sodo nel periodo che manca all’apertura affinché quel contenitore sia pieno di persone. Servono iniziative legate ai ragazzi, promozione del mondo skate e sostegno alle realtà che già vivono Savona. Con lo Street Fest abbiamo cercato in questi anni, grazie alla presenza degli skater, di dimostrare che lo skateboard è presente e capace di attirare le masse: ricordiamo che quest'anno centinaia di persone si sono fermate a guardare il contest al Prolungamento. Dobbiamo presidiare bene questo periodo di attesa per attirare più appassionati possibili e far conoscere il fatto che a Savona si sta creando un’esperienza unica.»
Massimiliano Carpano «C'è stata una grande collaborazione da parte dei praticanti fin dall'inizio; anzi, è proprio questo uno dei motivi per cui si è scelto di puntare su uno skatepark indoor. Inizialmente i ragazzi si sono avvicinati per chiedere spazi e sostegno per la realtà dello skateboard a Savona; quando si è presentata l’occasione del bando indoor, abbiamo deciso di coglierla insieme a loro: Emanuele Mensi, Silvio Ottonello, Niccolò Setzu, Lorenzo Pera e Francesco Ferro. Grazie ai loro consigli tecnici, siamo riusciti a progettare una struttura che avesse una collocazione importante e che fosse davvero funzionale per tutta la comunità. Questo sostegno reciproco c'è stato sul progetto, sull'avvicinamento dei giovani a questa disciplina e sulle iniziative fatte finora: e così dovrà continuare a essere in futuro.»
Luca Burlando «Aggiungo e allargo il campo: avendo organizzato un festival che unisce diverse tematiche urban, per noi era fondamentale dimostrare che questa volta non eravamo noi a chiedere qualcosa, ma eravamo noi a offrire spazi affinché queste discipline, dai graffiti a tutta la parte culturale, potessero avere uno sbocco. Il festival è stato il modo per concretizzare tante progettazioni che a Savona erano già vive in piccoli settori, ma che non avevano i luoghi per esplodere. Lo Skatepark arriva con la consapevolezza che c'è un fermento culturale finora inesplorato. Faccio l’esempio dei graffiti: fino a pochi anni fa dare muri importanti in centro per realizzare opere sembrava impensabile e ancora oggi alcuni colleghi in Consiglio contestano queste scelte. Eppure, abbiamo creato dei piccoli gioielli, delle opere d’arte. Anche lo Skatepark sarà un gioiellino: non potevamo farlo da soli, chi lo vive ogni giorno doveva essere protagonista. Il nostro lavoro è stato metterli al centro.»
Luca Burlando «Offrire un’ampia scelta di discipline in impianti adeguati è fondamentale per garantire spazi di aggregazione reali alla nostra città. Nei prossimi anni il nostro impegno sarà proprio quello di ampliare ulteriormente questa offerta: abbiamo ragionato, ad esempio, sull'inserimento di un muro di arrampicata e sul dare sbocco a nuove discipline urban. Portare queste realtà a Savona è una strategia precisa: è un modo per attirare sempre più sportivi nella nostra città, un valore aggiunto che si rivela estremamente utile per tutto il territorio.»
Massimiliano Carpano «La gente spesso non considera il circuito economico che una disciplina come lo skateboard può generare. Diventare un punto di riferimento, specialmente d'inverno, è fondamentale: se d'estate Savona è viva, d'inverno fatica ad attirare persone in certe zone. Un polo sportivo moderno, con un bar, un terrazzo e una sua sostenibilità economica, può fare la differenza. Spero che questo diventi un volano per far rinascere la cultura legata allo skateboard e rilanciare i negozi di settore che negli anni hanno chiuso per mancanza di luoghi in cui i ragazzi potessero identificarsi. Dobbiamo far coesistere tutte le discipline su ruote, senza limitazioni, creando un vero scambio tra sport. L'obiettivo è far vivere questo luogo il più possibile, attirando le nuove generazioni e, perché no, entrando in futuro anche nelle scuole per far conoscere queste realtà ai giovani.»
Massimiliano Carpano «Come abbiamo sottolineato, l’impianto sorge accanto alla Fortezza del Priamar: è stato fondamentale coniugare gli interventi finanziati dal PNRR con il contesto storico, minimizzando l’impatto visivo per far sì che queste due realtà convivano armoniosamente. È stato fatto un ottimo lavoro. Speriamo che diventi un luogo vissuto tutto l’anno, un centro di aggregazione grazie al bar e alle altre attività interne. È una vera rivoluzione per il Prolungamento: con la riqualificazione dell’ultimo lotto, inseriremo aree verdi, un campo da basket e la nuova piscina accanto alla Zanelli. Inoltre, la gestione della spiaggia sotto il Priamar includerà campi da beach volley. Per noi, quell'area è la chiave per cambiare il volto della città e la sua attrattività.»
Luca burlando «È stato un lavoro volto alla massima inclusività. Nonostante i limiti strutturali di un impianto concepito negli anni '70, abbiamo collaborato con chi vive lo sport a 360° per adattare la struttura a ogni necessità, rendendola davvero aperta a tutti. Fin dall’inizio abbiamo adottato una visione complessiva: il nostro obiettivo è trasformare il Prolungamento in un gioiellino di cui andare orgogliosi, un’area verde affacciata sul mare capace di offrire spazi concreti alle nuove generazioni.»
«Di seguito trovate alcune foto di repertorio che ripercorrono oltre 30 anni di skateboarding savonese.»
Savona-Prolungamento (1999)